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Day 10 settembre 2012

Sabato e domenica a Busto Garolfo “Tutti insieme per Maurizio Bignami”

Udine, 10 settembre 2012. Si chiama “Tutti insieme per Maurizio Bignami” ed è un meeting di judo in programma sabato 15 e domenica 16 settembre sul tatami allestito nel palasport di Busto Garolfo (Milano). Atleta e tecnico di judo ad alto livello, Maurizio Bignami è stato uno straordinario esempio di sportivo completo in grado di eccellere anche in ambiti completamente diversi dal judo e proprio in un volo con l’aliante, sua grande passione dopo essere diventato un esperto con il deltaplano, che il 30 giugno scorso è scomparso all’età di 54 anni. Ed è proprio per ricordare il judoka sensibile e generoso che allievi ed amici di Maurizio Bignami hanno voluto organizzare il meeting di sabato e domenica, al quale interverranno atleti e club dalla Lombardia e da altre numerose regioni d’Italia. Con l’occasione saranno ricordate anche le figure di Cesare Barioli, Giorgio Sozzi, Furio de Denaro e Gianni Urrata, recentemente scomparsi. Questi gli orari degli allenamenti, sabato 15: 16.30-18 tecnica; 18-19.30 randori; domenica 16: 9.30-11.30 tecnica e randori.

Corso di aggiornamento insegnanti tecnici 2012

Udine, 10 settembre 2012. Con riferimento al dibattito avviato in occasione del Corso di aggiornamento insegnanti tecnici 2012 svolto a Tarcento, domenica 24 giugno, nell’ambito della sessione riservata ad aspiranti allenatori ed allenatori, si pubblica la relazione curata dai tecnici che in quell’occasione sono stati chiamati alla conduzione.

 

 

CORSO AGGIORNAMENTO INSEGNANTI TECNICI FVG 2012

Aspiranti allenatori e allenatori

Dibattito

In collegamento ad uno degli argomenti trattati la mattina da Mirko Tambozzo, ovvero l’abbandono dell’attività agonistica, con  riferimento ai dati relativi alle partecipazioni al Criterium regionale degli ultimi anni, ed in seguito alla domanda posta da Ranieri Urbani su eventuali strategie adottate e/o da adottare per ridurre il numero dei casi di abbandono, l’intero dibattito si è svolto principalmente su questo tema.

 

Monica Barbieri

Questa breve relazione vuole sintetizzare ed eventualmente chiarire quanto espresso durante il dibattito e rimane a titolo di pura opinione personale, aperta al confronto e al dialogo.

Il presupposto fondamentale è che l’abbandono c’è, esiste ed in una certa percentuale non è evitabile. Questo non deve indurre né a rassegnazione (a volte anche di comodo) né a valutazioni negative del proprio operato. L’obiettivo è ridurre al minimo possibile, nell’ambito delle proprie capacità e possibilità, questo fenomeno.

Che fare?

Metterci impegno, abnegazione, entusiasmo (sicuramente duro da mantenere, lo so) e fornire continuamente nuovi stimoli e nuovi obiettivi ai ragazzi e a se stessi.

Cosa non fare?

Cadere nella routine, vivere l’attività di palestra come qualcosa di marginale nella nostra giornata, snaturare il nostro sport, chiudersi nella propria realtà.

 

Si è parlato di ‘agonismo’ anche quando il discorso è andato all’attività dei più piccoli.  Vorrei chiarire: lo sport si basa in qualche misura sempre sulla ‘sfida’, sul gusto di superare un limite o un avversario- se ne è parlato anche nell’ambito della parte relativa al judo nella scuola con Nicola Di Fant. E’ chiaro che la spinta e l’atteggiamento, e  tanto più gli obiettivi, non sono gli stessi ad ogni età, ma il presupposto rimane. Per di più il nostro è uno sport di lotta e quindi il confronto avviene sempre con un avversario.

Ora, senza anticipare la partecipazione a gare o simili ad un’età eccessivamente precoce (personalmente non concordo se non in rari casi sulla partecipazione a questo genere di manifestazioni, in età prescolare), il percorso che inizia in palestra, nell’apprendimento con i compagni (magari all’inizio l’amico, poi anche gli altri..) e poi nel confronto tra compagni che rappresenta la verifica dell’efficacia del gesto appreso, ritengo debba passare da manifestazioni esterne alla stessa, tarate sulle esigenze dei piccoli judoka, viste come stimolo/momento di crescita per i bambini che si approcciano al judo. Questi il fine ed il motore del Criterium Giovanissimi che si è sviluppato negli ultimi anni.

Una tappa cui debbono farne seguito altre, sempre graduali, sempre tutelanti, ma sempre stimolanti.

Certo, anche le cinture, con i vari gradi e gli eventuali esami sono da leggere nello stesso modo, ma a mio avviso non certo sufficienti. Forse qualche insegnante è particolarmente bravo e fantasioso da non far risultare le proprie lezioni mai noiose per anni, ma vedere sempre le stesse facce e confrontarsi sempre con gli stessi compagni fa passare la fantasia a chiunque!

La mia non vuole essere interpretata come una visione esclusivamente agonistica, e nel concetto di agonismo ci sono diversi punti da chiarire, ma non voglio sicuramente negare che in qualche modo rimane il filo conduttore dell’attività. In caso contrario i ragazzi andrebbero a fare fitness o wellness o attività simili (resta da vedere chi le trova/le ha trovate stimolanti in età giovanile…).

Di conseguenza il percorso per me va preparato gradualmente e con buon senso in questa direzione. Diversamente non è pensabile far esordire in questo ambito i ragazzi quando entrano nelle classi agonistiche vere e proprie. Non più.

Il punto cruciale poi diventa la gestione delle aspettative e del risultato reale. Per me gli obiettivi agonistici di ciascuno sono estremamente diversi e il punto di arrivo il massimo risultato che ciascuno può raggiungere, in ogni sua forma e concretizzazione. Ma non è un concetto facile da veicolare, in particolare a ragazzi giovani , in un’età in cui le cose sono o bianche o nere, sei campione o schiappa…

Purtroppo nel nostro ambiente sportivo non c’è una strutturazione per livelli e ogni confronto diventa di livello assoluto. Ovvero, non esistono serie A B C.. fasce oro argento bronzo… come negli sport di squadra piuttosto che nella ginnastica e questo è un problema, perché una forma di gratificazione nella competizione è necessaria. L’unico rimedio è studiare le tipologie dei vari tornei a disposizione e proporli oculatamente.

In Italia per di più non c’è una struttura tale da coinvolgere i giovani a livello organizzativo o arbitrale e questo è un altro problema che gli sforzi singoli, per quanto animati da buoni propositi, non riescono a risolvere.

Ancora, e di nuovo in riferimento a quanto detto nella mattinata, l’azione di marketing nella promozione del judo e nella sua valorizzazione all’interno del panorama sportivo e sociale è decisamente carente.

Che poi il nostro sia uno sport duro e poco remunerativo è quasi inutile dirlo.

Tutto questo implica grossi sforzi personali dei tecnici e delle società in termini di tempo, iniziative, denaro e complica notevolmente la gestione di chi non raggiunge il risultato sperato.

Che fare  a questo punto?

Qui entrano in campo i numeri.

Meglio hai lavorato alla base, sia sui numeri sia sulla preparazione-tecnica e pre-agonistica (e qui si collega il discorso qualità e quantità, che debbono necessariamente andare insieme prima di arrivare a discorsi di personalizzazione dell’allenamento!!!!), minori sono i futuri ‘danni’.

Inoltre più hai dato, ti sei dato, hai cercato, creato, stimolato più sicuramente hai costruito in termini umani e hai fidelizzato, e nonostante le numerosissime ‘cantonate’ sicuramente prese, non è poco.

In ogni caso il rebus continua ad essere: che proporre a chi non è riuscito a centrare il risultato sperato?

L’arbitraggio è lontanissimo, l’attività amatoriale attira ben poco, l’insegnamento non dà grosse prospettive.

Più facile creare attività per chi si approccia al judo in questa età, con diverse aspettative e ambizioni, che re-indirizzare l’interesse di chi pratica da anni.

Personalmente non ho ancora né trovato né visto soluzioni di grande efficacia ma vale sicuramente la pena lavorarci su insieme….

 

Milena Lovato

La mia relazione segue quella di Monica che condivido in ogni punto. Aggiungerò dati ed idee che vogliono stimolare futuri confronti.

Abbandono agonistico precoce

Al corso di aggiornamento abbiamo parlato di rinuncia alle competizioni da parte delle classi di età giovanili. La scarsità di seniores è un’altra problematica ancora.

E’ normale chiedersi se l’abbandono registrato dal judo fvg è in linea con quello degli altri sport. Ho trovato i seguenti numeri forniti dalla F.i.g.c. nel 2012 relativamente ad una provincia: squadre pulcini nr. 154, squadre juniores nr. 17. Una nazione a noi vicina pubblica i seguenti numeri di judoka tesserati: U13 nr. 374, U20 nr. 143. Questi numeri ci “fanno sentire” nella norma ma non ci aiutano a migliorare.

Molti addetti ai lavori lamentano che bambini e ragazzi sono meno combattivi dei loro coetanei di venti/dieci/cinque (?) anni fa. Sembra essere un’apatia dilagante e crescente. Qual è il compito del club? Qual è il compito del coach? A mio avviso club e coach dediti all’agonismo devono continuare a perseguire gli obiettivi di ciascun atleta, obiettivi personalizzati che puntano all’eccellenza di ciascuno. Monica lo spiega molto bene e parla soprattutto di gradualità.

Però…non possiamo soltanto “subire” i cambiamenti della società. Impegnarsi piace sempre meno, ognuno di noi come cittadino ne è responsabile in parte. Il club può proporre una alternativa al disimpegno e trasmettere la passione sportiva in modo efficace. Difficile? Di più. Noi insegnanti dobbiamo adattare il nostro linguaggio e motivare noi stessi se vogliamo motivare gli altri. Se non ci sentiamo più carichi abbastanza è il momento di fermarsi. Il nostro sport offre infiniti spunti alla nostra didattica e possiamo imparare dagli altri sport: fare squadra, misurare in termini numerici progressi tecnici e atletici, porre obiettivi in palestra e in gara diversi dalla vittoria…. Per quanto profondo sia il nostro impegno mantenere motivati i normali e i “campioni” è quasi magia…il nostro rimane un mestiere difficile.

Il Criterium Giovanissimi è un tassello importante della gradualità ben descritta da Monica. Approfitto per invitare tutti i club a parteciparvi con i loro pre-agonisti. Le 5 prove sono tutte organizzate benissimo e 5 prove all’anno sono un confronto extraclub sufficiente per la maggior parte dei bambini. Se dissentite su qualunque aspetto inerente al criterium scrivete, parlate.  Il criterium è attività per tutti, di tutti, in continua evoluzione.

Insieme, durante il dibattito, abbiamo riscontrato che c’è troppa differenza organizzativa tra il criterium e le manifestazioni agonistiche. Questa differenza incentiva l’abbandono delle competizioni. Alcune gare troppo lunghe o non curate vanno ripensate mettendo al centro l’atleta. La tecnologia ci sta aiutando molto, mentre la crisi economica limita la nostra capacità di innovazione. Riguardo al costo delle gare porto a titolo di esempio quello degli Udg per una gara con 4 tatami: € 1575,00. Un’altra informazione: medico ed ambulanza costano circa € 80,00 l’ora. In sostanza tutte le gare senza sponsor e/o contributi pubblici producono una perdita pur essendo fondate sul volontariato dei soci del club organizzatore.

Essere un coach “competitivo” comporta  un impegno sempre più oneroso. La maggioranza di noi tecnici non è un professionista del judo ma con acrobazie di pregio si divide tra lavoro e sport, questa situazione toglie professionalità al nostro operato. Forse anche questo aspetto incide sull’abbandono dell’agonismo. Sicuramente è difficile trovare insegnanti disposti a fare tardi tutte le sere, viaggiare molto, sacrificare lavoro e vita personale… per passione. La durezza di questo mestiere e la sua scarsa redditività spiegano perché sono pochi i coach dediti all’agonismo.

PROFESSIONISMO

Durante il dibattito abbiamo parlato del professionismo sportivo come realtà auspicabile. Abbiamo portato ad esempio alcuni colleghi sloveni e croati che percepiscono un reddito come coach oppure svolgono lavori compatibili con le frequenti trasferte (presso enti pubblici per esempio).

Croazia e Slovenia totalizzano insieme circa 5 milioni di abitanti, lo stesso dicasi per Veneto e Friuli Venezia Giulia.  Grazie ad alcuni amici ho raccolto il seguente dato assolutamente informale e approssimativo: numero totale professionisti del judo croati e sloveni 30. Il “datore di lavoro” è  la città oppure il ministero dello sport oppure il club oppure esercito/polizia. In questo numero rientrano mostri sacri come Marjan Fabjan e atleti che percepiscono una “borsa di studio”. La maggioranza di questi professionisti non è assunta a tempo indeterminato e non vede versati contributi pensionistici. Sono persone pagate in base ai risultati e quindi senza certezze. Nessuno di loro, anche se militare, abbandona il club, cambia allenatore o rappresenta sempre e solo l’arma. La Croazia ha partecipato alle Olimpiadi con due atleti, la Slovenia con 8 e conquistato un oro olimpico!!! Impressionante vero? I siti federali di queste due nazioni forniscono tutto sui loro tesserati, queste due belle realtà judoistiche respirano molto agonismo. Agonismo con A maiuscola che noi non sappiamo né possiamo proporre.

Non c’è modo di sapere in tempi brevi e con certezza quanti siano i professionisti del judo in Italia. Se solo penso agli atleti in forza a Carabinieri, Esercito, Guardia Forestale, Fiamme Azzurre, Fiamme Gialle, Fiamme Oro nonché a tutti gli stipendiati che ruotano intorno a queste realtà posso affermare che sì in Italia lo Stato investe molto nello sport. Questo investimento non nutre né sostiene il territorio come avviene per esempio in Croazia e Slovenia. Questi professionisti sono assunti a tempo indeterminato.

SOLUZIONI OPPOSTE

Molti club sono di piccole dimensioni, con difficoltà seguono l’agonismo. Una soluzione potrebbe essere concordare con altri club di condividere l’impegno agonistico, mettere insieme le forze. Certo non basta condividere le trasferte o scambiarsi qualche favore. Ci vuole un accordo almeno di medio periodo aperto e costruttivo. L’alternativa è pensare per i nostri atleti il trasferimento ad altro club.

Judo per tutti in un solo club. Ognuno di noi persegue obiettivi e scopi diversi. Come dice Monica per dare longevità all’agonista ci vogliono gradualità e diversificazione. Un numero elevato di tesserati (per il fvg sopra i 100) garantisce un maggior numero di agonisti e una qualità proporzionale. Se un club desidera incrementare il numero dei propri tesserati deve cercarne di nuovi e curare chi già c’è. Soprattutto deve a mio avviso considerare tutti i soci come ugualmente importanti. Ovvero il bambino non è solo uno del vivaio, l’amatore non è solo una quota e il giovane ex-agonista non è un fallito. Per rispondere alle esigenze di tutti i non agonisti bisogna attivare nuovi corsi: giovani amatori, corso di ne waza, amatori principianti e non… E’ ovvio che un corso funziona se l’insegnante è competente e motivato.

 

Gianni Maman

La mia riflessione viene in modo successivo a quelle di Monica e Milena che condivido e sottoscrivo pienamente.

PREMESSA

Le problematiche  esposte durante il dibattito sono molteplici , per i prossimi incontri sarebbe opportuno  definire meglio i temi del confronto. La discussione  proposta al corso di aggiornamento può essere più proficua se organizzata in tempi e argomenti precisi .

BREVE CONSIDERAZIONE

In questo momento particolare porrei maggiormente  l’attenzione sull’abbandono, il problema è parlarne in modo generalizzato come è avvenuto durante l’incontro, credo sia da fare un analisi attenta e differenziata soprattutto per età.  Durante il dibattito sono emersi giustamente diverse concetti, ogni fascia d’età però ha un suo periodo critico, quindi argomentare un soluzione generica è impossibile .

Quello che ho notato in modo molto netto è la scarsa autocritica che molti tecnici fanno,  durante la riunione ho sentito dare la colpa al calcio , al rugby , alle televisioni , agli enti locali ,alla federazione ecc..

Poche volte si punta il dito contro la propria didattica o al proprio aggiornamento, pochi si fanno domande sul proprio percorso tecnico, tanto meno sulla struttura di un corso. Personalmente credo molto nella specializzazione anche se per esigenze lavorative devo purtroppo gestire diverse età. Ho la fortuna di lavorare a diversi livelli e con una società che nei vari periodi dell’anno coinvolge professionisti o esperti per l’aggiornamento tecnico, tuttavia mi trovo a ragionare ogni anno sui miei limiti e i miglioramenti possibili .

Sarebbe auspicabile aumentare la formazione tecnica e supportare la specializzazione di chi vuole aggiornarsi in modo specifico.  Il mio intervento non vuole dare soluzioni alle problematiche dell’abbandono. Durante il dibattito però ho avvertito una scarsa considerazione dei mezzi judoistici nei confronti delle altre discipline. Dimentichiamo spesso che il judo ha molte sfaccettature che possono essere espresse a tutte i livelli e a tutte le età .

La nostra disciplina ha dei punti forti che altre non hanno. Il problema rimane sempre lo stesso:  siamo in grado come tecnici di percepirli come vantaggi? Abbiamo le conoscenze tecniche  per offrire al judoka che abbiamo davanti una visione completa del judo? Sappiamo offrire valide alternative tecniche a tutti i livelli?

 

La motivazione e la competenza del tecnico non sono così scontati , molto spesso però non sono collegati.

riportando le parole di Monica  :

Metterci impegno, abnegazione, entusiasmo (sicuramente duro da mantenere, lo so) e fornire continuamente nuovi stimoli e nuovi obiettivi ai ragazzi e a se stessi.

Credo che un buon tecnico debba lavorare su se stesso per dare obiettivi e stimoli a tutti i livelli in modo continuo e sempre più competente.